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venerdì 8 maggio 2015

Giorni

Convegno Medicina Narrativa San Camillo
contributo di (Stefano Sechi)
 
Da una finestra un alto muro grigio a lato, delle finestre di fronte quasi sempre chiuse, un grande albero dalle foglie che andavano ingiallendosi e pian piano cadenti, uno sprazzo di cielo se le serrande fossero state aperte ma la notte erano sempre chiuse, le stelle e la luna si potevano immaginare avendone voglia e io forse l’avevo… 

A Padova in un Ospedale dove seguivo una lunga riabilitazione, in una grande camera, c’era vicino a me un collega d’avventura con problemi abbastanza seri, diventammo un po’ amici, Antonio, così si chiamava, sarebbe partito poi per un lungo viaggio. 

Raccontavo e mi raccontava storie anche lui qualche volta, aneddoti, storie magari inventate, fatti veri.

Gli tenevo la mano, lui non parlava già più, annuiva, sorrideva, spesso rilassando solo il viso. 

Erano storie della mia infanzia, della mia adolescenza, storie sognate di un tempo, di allora e di ora e … continuavo anch’io a sognare… 

Mi aiutò molto questo. 

Anni prima, alla fine degli anni 80, ero per un lavoro a Cinecittà allo “Studio 5”, il Mitico Studio di Federico Fellini (lo conobbi ma non lavorai mai con lui, all’epoca aveva appena finito di girare “Roma”), nel suo studio personale vi erano ancora molti dei suoi vecchi disegni acquerellati. 

Federico Fellini quando parlava dell’origine dei suoi film diceva che erano sovente nati o completati dai suoi sogni: il mattino si svegliava, li ricordava disegnandoli, poi ci rifletteva, magari anni dopo, collegandoli ad immagini raccolte dal quotidiano, alle sue idee che stavano prendendo forma e lentamente nasceva una storia…

Già… il momento dei sogni è sempre un divenire autobiografico.

Qualcuno parlava di autobiografia del sogno…

C’era comunque per Fellini una fase tecnica, realistica, come per voi medici con noi: un intuizione vi porta a dei segni, un percorso di piccoli schizzi veloci in un quaderno di appunti, nonostante le mille barriere che frapponiamo ad una reale presa in carico del nostro malessere.

C’è bisogno di comunicare, di dare un’empirica realtà a ciò che ci passa attorno.

Scoprii già allora, avendo conferma di intuizioni precedenti, l’esistenza di un filo di luce che ci unisce sempre con l’esterno.

Sapere che qualcuno mi raccontava qualcosa mi aiutava, il sapere che potevo farlo anch’io mi inebriava.

Non conosco i percorsi, i processi chimici per cui il cervello si attiva , però… mi incuriosiscono.

Una ragazza, Alessandra, Set Decorator come me, che era stata mia assistente e che mi seguì poi in questo mio percorso, quando le dissi con riluttanza che cosa avevo avuto e perché non partivo più, con senso di liberazione e complicità acquisita, mi parlò di sua madre: donna di grande cultura ma che da quando aveva saputo di avere la S.M. si era chiusa in una specie di autismo, in una voluta assenza di relazioni con l’esterno; mi chiese di provare a parlar con lei.

Non potevo di certo parlare di aiuti psicologici, non ero la persona adatta, o di una ipotetica presa di coscienza di una situazione imprevista ma reale e in ogni caso imponderabile.

Le parlai molto gradualmente di sua figlia, del nostro lavoro.

Avevo metabolizzato in quei momenti che noi siamo come i bambini, anche noi che siamo e crediamo di essere adulti e che crediamo di capire dentro lo siamo tutti,sotto aspetti diversi.

Capii come per poter parlare tra di noi e con tutti, fosse necessario usare parole quasi elementari, essenziali, più le frasi sono semplici più sono condivise, in un procedere per immagini, per metafore leggibili.

Le mie erano piccole storie quasi fiabesche, mi veniva istintivo l’immaginarle, come con mia figlia piccola per farla addormentare.

Per me e per lei poi diventavano reali e lei lentamente e con fatica mi raccontava altre storie, qualche volta personali.

Le raccontai di quando, molti anni addietro, ci trovavamo in Sicilia: stavamo lavorando ad un lungo film da mesi, era estate piena con un torrido caldo, eravamo in un altopiano della Sicilia, per la maggior parte brullo, aspro e roccioso con piccole colline e molti anfratti.

Eravamo lì dalla mattina e ci eravamo accampati per la notte, sotto la luna e le stelle, in una specie di cerchio provvisorio, attendendo, esausti, assonnati e accaldati, l’alba per girare alcune scene.

Quando Alessandra all’improvviso mi scosse dal mio letargo: quasi urlava terrorizzata, "Ho paura! Là! Làà!".

Un Uomo Nero si muoveva sotto la diafana luce, tra le piccole tende, tra i corpi dormienti, una specie di enorme Orango, un mostro silenzioso e dondolante. 

Svegliammo gli altri già allarmati dalle urla della mia assistente.

L’Orango risultò essere uno degli operai, “manovali” si chiamavano in gergo, che vagava nella notte cercando dell’acqua.

Da allora ogni volta che telefonavo alla madre di Alessandra lei mi chiedeva sempre dell’Uomo Nero e voleva sempre maggiori dettagli.

Con la mia amica tuttora ci sentiamo spesso e ricordando l’Uomo Nero ne ridiamo ancora.

La madre è sempre a Roma, ha trovato altre strade più concrete che semplici telefonate, credo che parli con tutti, che scriva e che continui a sognare.

Queste conversazioni spesso surreali sono servite a lei?
 
E a me?

Noi pazienti ci troviamo immersi in una realtà asettica, siamo praticamente impermeabili agli studi e agli avvenimenti esterni, non però refrattari.

Ci preoccupiamo, anzi ci occupiamo, del quotidiano attraverso le mille abitudini acquisite: abitudini del vivere, abitudini al cibo, abitudini al dolore, alle paure, abitudini alle relazioni, rumorose, silenziose o catatoniche che siano.

Spesso ci potrebbe bastare un piccolo diversivo, come nei film gialli, nei polizieschi, nelle guerre anche vere, per riuscire ad estrapolare una realtà non codificata, come l’Uomo Nero e seguire captando il tenue bagliore di luce di novità o di curiosità, urlando nello stesso tempo il nostro essere.

Avere e creare un “filo rosso” con l’esterno e con l’interno.

Un “filo rosso” è una luce, è il sangue, è una soglia che ci protegge e ci unisce, è la vita, è un cordone ombelicale.

Federica Marangoni, artista contemporanea, che ha lavorato spesso con Fabrizio Plessi, a Ca’ Pesaro, Museo d’Arte Moderna a Venezia, in occasione della Biennale D’Arte 2015, ha creato sulla facciata del grande Palazzo una Linea Rossa, uno Squarcio profondo dal tetto che esternamente divide la facciata per poi sparire immergendosi all’interno: una linea di Comunicazione, una Frattura su cui si medita profondamente.

Negli anni 90 disegnai per una casa oggetti, mobili, luci, tende e mobili da giardino, tutti con un piccolo o lungo filo rosso; Prada lo usa spesso nella moda. Un “distinguo” da analizzare.

Il “filo rosso” è sempre un riferimento, uno spartiacque, una curiosità, un segno.

Noi cosiddetti pazienti, cerchiamo appunto un segno da seguire : lo sono i graffiti preistorici, le architetture, le parole, il cinema, la pittura, l’arte in genere, le emozioni, e la ricerca.

Le codificazioni e le analisi tecniche è probabile vengano dopo le intuizioni e dopo la creatività.

Il desiderio, un battito di ciglia, delle ali d’aquila che ondeggiano in alto nel cielo, dei colibrì quasi invisibili sui fiori, un giardino che cresce e che cambia, delle immagini che svaniscono e si ricompongono, dei sogni che ricordiamo, delle parole che si raccontano e che si ascoltano, che si fanno o non si fanno nostre, che ci apparterranno un giorno, sono sempre segni.

Nel Mito Greco di Orfeo e Euridice, Orfeo voleva riportare Euridice morta a causa di un morso di serpente, dal profondo Tartaro in cui era stata relegata, sulla terra.

Avrebbe potuto farlo solo se lei avesse seguito la sua Musica, la Lira con cui Orfeo incantava gli uccelli, gli animali della foresta e le querce che danzavano. Orfeo sarebbe riuscito con il suo dolce suono a riportare in vita la sua amata Euridice, ma, lui non si sarebbe Mai , Mai, dovuto voltare per vederla, non avrebbe potuto neanche per un solo istante gettare uno sguardo su di lei…

Ma Orfeo all’ ultimo istante si voltò e Euridice tornò negli Inferi.

Non mi dilungherò sulla sorte di Orfeo, ucciso e smembrato dalle Menadi.

La sua testa mozzata e vagante nel Mare Egeo continuò ad ammaliare il mondo con sua suadente melodia fino all’Isola di Lesbo dove sorse un Oracolo in suo onore, famoso all’epoca come e più dell’Oracolo di Delfo.

Qualcun altro parlava dei nostri Miti e Archetipi… La musica di Orfeo è un “Filo Rosso” ante litteram presente in noi.

Cerchiamo di non girarci e se per caso dovessimo farlo pazienza…saremo curiosi della nostra Euridice e del Tartaro, potremmo un domani trovarne un’altra, inventarla, incontrare anche Ade…

Scoprire un nuovo mondo, attendere un altro filo o un sogno… 

Stefano Sechi

Il mio primo incontro con il San Camillo

Convegno Medicina Narrativa San Camillo
contributo di (Lucio Miotto)

Non posso raccontare dell’ incontro con la medicina narrativa senza parlare, per sommi capi, della mia infanzia e giovinezza.
Sono nato con il labbro leporino e il palato aperto, nel gennaio 1955. La mia esistenza fu subito segnata da quella malformazione.
Ho avuto una nonna eccezionale: lei mi ha insegnato a leggere e scrivere all’età di cinque anni. Ricordo ancora le sue parole:- Tu devi essere più bravo degli altri a scuola. – Sta di fatto che, quando a sei anni sono andato alle elementari, ero già in grado di leggere e scrivere.
Amavo leggere e già in terza elementare leggevo “Il piccolo principe” “Zanna bianca” “Peter Pan” e un libro sulla prima guerra:” Il piccolo alpino.”
Alle superiori ho conosciuto autori come Pavese, Gozzano, Corazzini, Leopardi: questi grandi della letteratura sono nel mio cuore per la semplice ragione che anche loro hanno dovuto fatto i conti con problemi fisici e della psiche.
In gioventù scrivevo quasi sempre delle mie esperienze di gioco, delle mie amicizie, poche a dire la verità, delle malattie, soprattutto di quelle: era il mio modo per superare le difficoltà.
Naturalmente queste pratiche, diciamo, nessuno me le aveva consigliate e tanto meno ordinate da qualche medico.
Ecco la genesi della mia richiesta di usare il computer: qualche anno fa, in seguito ad un’emorragia cerebrale, avevo la parte destra del mio corpo paralizzata, non riuscivo a parlare bene o a completare una frase per cui avevo pensato che l’uso del computer potesse essermi utile.
La prima seduta dedicata alla scrittura durò la bellezza di 10 minuti. Fu un modo un po’ inconsueto di rendersi conto che non ero in grado di fare niente.
Anche scrivere era un problema: pensavo ad una parola e ne scrivevo un’altra, oppure, rimanevo bloccato perché non ricordavo come si scriveva una tal parola, anche se conoscevo benissimo il significato ma, soprattutto, mi stancavo subito.
Avevo bisogno di raccontare la mia esperienza ma, non riuscivo a farlo: era troppo per me, allora, riuscire a descrivere un fatto, uno stato d’animo, una casa, un uomo o donna. E poi, dovevo imparare l’uso della mano sinistra.
Con l’aiuto della logopedia sono riuscito a recuperare molto di quello che avevo perso.
A modo mio sono riuscito anche a descrivere la malattia ma soprattutto ciò che ricordavo immediatamente prima dell’emorragia.
E’ stato un periodo durante il quale ho vissuto grossi conflitti e sembrava che non ne venissi a capo: alternavo momenti di lucidità a momenti di perdita della memoria, periodi nei quali vedevo tutto positivamente a periodi in cui tutto era negativo.
L’unica cosa che volevo fare e che mi dava pace era scrivere.
Non so misurare l’incidenza della medicina narrativa sul mio percorso di guarigione, quello che so è che aver potuto usare il computer e soprattutto l’aiuto ricevuto da alcune logopediste sono state determinanti sulla mia volontà di guarire. Voglio qui citare la dott.ssa Battel, anche la dott.ssa Vannini con le sue tecniche.
E’ stato bellissimo quando ho terminato di raccontare, con parole scritte, la mia esperienza di paziente del San Camillo. Sentivo che da quel momento potevo iniziare un nuovo percorso di vita.
Vorrei concludere dicendo che, per l’esperienza fatta, non è possibile standardizzare un percorso di reintegrazione nella società: ogni uno ha il suo, basta trovarlo.
Entrano in gioco anche soggetti diversi da quelli sanitari, mi riferisco alle strutture sociali esistenti nel territorio.
Su questo aspetto si aprirebbe un capitolo che, purtroppo, è alquanto dolente, ad essere buoni. Non è, comunque, questa la sede per affrontare questioni attinenti all’integrazione, mi riferisco al lavoro e allo studio per i disabili.
Concludendo, posso affermare che il mio percorso per il recupero neurologico è, senza dubbio, un percorso strettamente legato alla medicina narrativa.
Lucio Miotto

venerdì 1 gennaio 2010

Narrative-Based-Medicine: nuovo approccio olistico o antica arte medica?

Nasce un sito web specifico per esplorare le potenzialità della NBM in un centro di neuro-riabilitazione.
Il vorticoso progresso degli ultimi decenni nel campo della conoscenza scientifica e della tecnologia, ha segnato in modo profondo il senso dell’essere medici e dell’essere pazienti, arrivando ad trascurare e oscurare l’importanza del dialogo tra medico e paziente. Nel tentativo di superare l’approccio riduzionistico della medicina, che tende a focalizzare frammenti dell’essere umano nelle tradizionali categorie diagnostiche, non cogliendo l’unicità e irripetibilità di ogni essere umano, è nata l’esigenza di affrontare oltre l’aspetto biologico (disease) della malattia anche il vissuto (illness) da parte del paziente. A metà degli anni Novanta la dottoressa R. Charon ha fondato in America la cosiddetta Medicina Narrativa (Narrative Based Medicine), presso la Facoltà di Medicina della Columbia University di New York a partire dalle ricerche di antropologia medica della Harvard Medical School che interpretavano “i modelli medici come sistemi culturali”, riconoscendo con ciò che anche la cura è un oggetto culturale “socialmente costruito attraverso specifici linguaggi”. In tale ottica la medicina narrativa si riallaccia agli approcci olistici (dal greco òlos: tutto, intero) caratteristici delle medicine non convenzionali, secondo i quali l’organismo deve essere studiato nella sua totalità e unicità psicosomatica e non in quanto semplice somma di parti. Scopo della Medicina Narrativa è in sostanza quello di umanizzare la medicina, migliorando la comprensione della comunicazione fra medico e paziente, fornendo al medico un valido strumento nella gestione di difficoltà di rapporto (legate a deresponsabilizzazione, scarsa compliance, equivoci comunicativi), oltre che dare un significato più completo al suo operato, e fornendo ai pazienti uno strumento per divenire partecipi e corresponsabili della loro salute. La Narrative Based Medicine prevede una ricerca qualitativa, sui vissuti del paziente e sulla modulazione delle relazioni che egli vive nell’ambiente di cura in contrapposizione con la Evidence Based Medicine. L’utilizzo della narrazione e dell’ascolto può aiutare a superare la discrepanza che inevitabilmente si sperimenta nel momento in cui si cercano di applicare i risultati delle ricerche all’incontro clinico: la medicina narrativa quindi non si oppone alla EBM, ma ne rappresenta un’indispensabile integrazione. Sono diversi i campi di applicazione in cui sperimentare la Medicina Narrativa:
  • nel colloquio diagnostico (le storie narrate costituiscono la modalità entro cui i pazienti sperimentano e descrivono il proprio malessere, facilitando l’empatia tra medico e paziente e fornendo utili indizi alla classificazione diagnostica),
  • nel processo terapeutico (le narrazioni incoraggiano un approccio globale al trattamento, sono in se stesse terapeutiche o palliative e suggeriscono ulteriori opzioni terapeutiche),
  • nell’educazione del paziente e nella formazione dei professionisti della cura (le narrazioni vengono ricordate molto più facilmente, sono radicate nell’esperienza e potenziano la riflessione),
  • nella ricerca (le narrazioni facilitano la costruzione di interventi centrati sul paziente, sfidano i presupposti di base generando nuove ipotesi),
  • nell’EBM (le narrazioni aiutano a trasferire le "evidenze" sul singolo paziente).
Nel corso del 2009 presso il nostro ospedale è stato avviato, un laboratorio di scrittura a cura della Dr.ssa Francesca Vannini, nell’ambito di attività di gruppo di MusicArTerapia. Tale attività ha portato alla raccolta inaspettata di materiale narrativo e grafico interessante ed originale. Sono affiorate storie di malattia attraverso scritture autobiografiche “terapeutiche” che gli stessi autori hanno incoraggiato a diffondere e donare ad altre persone colpite da malattie neurologiche e agli operatori sanitari, affinché l’esperienza vissuta consenta non solo di conoscere di più se stessi ma diventi anche adeguato strumento di integrazione.
È stata quindi conseguenza inevitabile organizzare un sito web che rendesse tale laboratorio disponibile e utilizzabile non solo dai pazienti dopo la dimissione, ma anche da altre figure sia in ambito familiare che sanitario. I criteri utilizzati per consentire una maggiore accessibilità, in considerazione di eventuali deficit motori e plurisensoriali dei fruitori del sito, sono stati mutuati dai documenti delle normative ISO e dalle linee guida della Comunità Europea, per ottenere leggibilità e reperibilità e quindi immediatezza.
“Malattia e guarigione sono, in parte, trame narrative. I pazienti scrivono sulle proprie malattie con sempre maggiore frequenza, il che suggerisce che la ricerca di parole per contenere l’angoscia permette di affrontare meglio la malattia. Anche i medici scrivono sempre più spesso su loro stessi e sulle loro esperienze. In molte forme di scrittura narrativa, i medici sostengono l'ipotesi che scrivere di se stessi e dei propri pazienti permetta di creare un grado di comunicabilità, non altrimenti possibile.” (Rita Charon)

M. Rosaria Stabile


Bibliografia
  • Lucia Zannini - Medical humanities e medicina narrativa - Raffaello Cortina Editore - 2008
  • Giorgio Bert – Medicina Narrativa – Il pensiero Scientifico - 2007.

La mia voce

La mia voce di Gianfranco Scilipoti
Oggi il mare oltre gli Alberoni è squassato da un vento impetuoso, è vento di Libeccio, assai inusuale da queste parti: il rumore della risacca, ritmico e prepotente insieme, mi giunge attutito da alte dune di sabbia. Sembrerebbe che questa breve introduzione si attagli di più ad una spiaggia tropicale che non alla Serenissima Venezia.
Cammino tranquillo su un tappeto verde smagliante: penso per quale strano destino io sia giunto in questo luogo che si presenta così lindo e pulito... Mai avrei pensato che la regale Venezia nascondesse tra le pieghe del suo mantello una gemma preziosa, a pochi conosciuta. Ed è veramente un dono della Provvidenza questo centro di ricerca e di riabilitazione motoria.
Io ci sono approdato dopo una storia di malanni vari, tra cui una nefrectomia ed un Parkinson ormai quasi trentennale, quest’ultimo accompagnato da un accentuato abbassamento della voce.
Qui arrivano da tutta Italia le persone che hanno subito un ictus oppure un incidente stradale, arrivano qui con la disperazione nel cuore: una persona non può non essere disperata di fronte ai propri cari, immobilizzati su una sedia a rotelle, che non possono nemmeno accennare un batter di ciglia e che per esprimersi muovono con il mento una sfera. Ma giunti qui trovano un gruppo di persone che oltre all’esperienza ci mettono il cuore nel curare gli ammalati. Persone che la mattina si alzano per recarsi ad un appuntamento con un mondo di sofferenza, dove basta un cenno, un sorriso per ridare speranza.
La mia personale esperienza con questo Centro risale ad ormai una dozzina d’anni. Sono un paziente un po’ particolare, se pensate che da più di trenta anni soffro di Parkinson, una malattia infida, ma non più di tante altre. Una malattia degenerativa, che provoca dei disturbi anche molto gravi e può portare all’immobilità assoluta.
Quasi dieci anni fa fui operato in Francia a Grenoble dall’equipe Pollak—Benhabid. Con una operazione durata più di dodici ore, mi restituirono alla vita, poiché recuperai quasi tutte le mie facoltà, facendo di me un uomo nuovo. Ma non riuscirono a recuperare la voce: dovetti dedicarmi allo studio ed alla pratica della logopedia. Parola difficile che deriva dal greco e vuol dire “materia che studia i metodi di apprendimento del linguaggio”.
Ormai da quasi cento anni in questo Centro si è sviluppata un’arte che non è da meno di quella dei Mastri vetrai, delle trine o dei merletti, ormai famosi in tutto il mondo. Quell’arte che ha del magico nel riuscire a far pronunciare a delle labbra che rifiutano di aprirsi una prima timida “a”, quell’arte capace di scavare nel profondo del cervello di un corpo immobile fino a trarne il primo incerto movimento di una mano.
Ho detto magico, ma niente è più lontano dagli istrioneschi ciarlatani di un tempo. Qui tutto è frutto di infinita pazienza, di grande conoscenza del corpo umano che il personale tutto possiede.
Ed infine la tecnologia, che qui è la più moderna; non per niente esiste una Fondazione che lavora per far si che la conoscenza raggiunga livelli sempre più elevati.
A tutto questo riflettevo mentre, lasciata la spiaggia battuta dal vento rientravo nella mia stanza. Tra poco sarei andato ad aiutare gli infermieri a sistemare le sedie a rotelle sull’ampia balaustra.
Mi ricordavo di avere fatto lo stesso a Lourdes e poi ancora in Belgio dove esiste un centro come questo. In questi luoghi, dove il dolore domina sull’ uomo, il canto che sale al Cielo è sempre un Alleluia corale cantato in tutte le lingue, un canto che trasforma il dolore in speranza.
Gianfranco Scilipoti

Essere capaci

Essere capaci di Alessandro Bergonzoni
Si pensa sempre al saper fare (saper fare il medico, il giudice, il politico, il padre, il giornalista). Mai a quanto si può contenere. Un serbatoio, una vasca hanno una capacità. E l’essere? Se con capacità si cercasse di intuire quante grandezze puoi contenere? Quanto impossibile quanto sconosciuto quanto mistero quanto sovrumano quanta trascendenza? Un essere non può contenere solo norme, potrebbe cominciare ad avere in sé “l’enorme”, ad allargare uno spazio che non riguarda solo i fatti, il reale, la cronaca, le leggi, i bisogni. Perché davanti a drammi apparentemente altrui si deve tacere quest’oltre? E se insieme ai diritti del malato esistessero i doveri del “sano”, di chi ha paura di accettare “esistenze diverse”, “vuoti pieni di differenza”, altre comunicabilità, “corpi non previsti”, “stati altri”? Siamo corti. Conteniamo volumi (sapere di scienza) ma non volume (conoscere ben altro). Se avessimo il dovere di entrarci dentro per sentire che la nostra idea di vita, di bellezza (fotto di chi sorride, lavora, ha successo), di salute, di famiglia, di realizzazione, di economia, non può essere unicamente dettata da una dignità che non riesce a definire solo la Costituzione, la ricerca o un’unica fede?
(Alessandro Bergonzoni)
Obiettivi: riabilitazione motoria riabilitazione delle funzioni cognitive riabilitazione dei disturbi del linguaggio riabilitazione psicologica
FONDAMENTALE. Ma può bastare?
Il malato entra in ospedale per la riabilitazione. Il giorno prima di stare male era un “uomo sano, normale” e da tutti veniva riconosciuto così, soprattutto da se stesso. Il giorno dopo, tutto diventa nero. Non parla e non si muove, ammutolito dalla diagnosi, dal trauma…
Inizia un nuovo percorso ma si trova di fronte ad un bivio. Una strada lo porta a sentirsi e ad essere trattato da malato. L’altra strada lo porta a ricominciare, nella malattia, un nuovo percorso come uomo.
Nella prima strada incontra medici e operatori che curano pezzo per pezzo gli esiti della sua malattia, che si occupano delle sue gambe che non si muovono, della sua parola che non esce più come prima, dei suoi problemi con i numeri, del suo ragionamento e della sua consapevolezza. Osservazione, valutazione, trattamento.
Nella seconda strada incontra medici e operatori che si prendono cura di lui. Incontra persone che non hanno paura della sua diversità e lo accolgono prima di tutto come persona tra persone. Incontra medici e operatori che riconoscendo il valore della propria vita, riconoscono il valore della sua e glielo sanno comunicare. Si trova ad avere a che fare con operatori ognuno dei quali ha il suo ruolo specifico (chi si occupa delle gambe, chi delle braccia, chi del cervello, chi della parola), ma tutti sinergicamente lo considerano INTERO unico e irripetibile. Riconoscono in lui sentimenti e ri-sentimenti, rispettano il mistero della sua vita e del suo attuale dolore. Hanno come obiettivo la riabilitazione funzionale specifica, ma soprattutto fanno squadra tra di loro e con lui perché credono che in qualsiasi situazione si possa ricominciare. Insomma si trova di fronte ad una strada in cui l’obiettivo è la consapevolezza che in ogni stato di sofferenza c’è chi non smettere di credere e di cercare creativamente il modo di ricominciare.
Quale strada scegliereste se capitasse a voi?
Francesca Vannini