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mercoledì 23 novembre 2011

Tom e il vecchio

Tom e il vecchio


Tom si guardava le mani, erano mani belle, agili e nervose, ma il lavoro nei campi della Luisiana vi aveva già impresso linee dure e nette. Si ricordava il suo arrivo a Napoli, gli scugnizzi, il frastuono, il vino bevuto in una trattoria e poi l’andare a letto con una donna, una donna qualsiasi. Aveva poi conosciuto Lisa, una ragazza friulana: quelle sue mani, nere come
il carbone, sapevano scuotere sin nel profondo delle viscere la giovane donna. Tom di quella ragazza diciottenne si era innamorato a prima vista, da quando l’aveva incontrata nella camera d’affitto, vicino alla Base Aerea.

Troppo vicina, pensò Tom. Accese una sigaretta: la divisa blu di sergente dell’Air Force giaceva a sghimbescio sulla sedia. Le sue mani nere,il suo corpo nero piacevano a Lisa, avevano il profumo selvatico del bosco, gli aveva mormorato un giorno nell’orecchio. Il suo odore di nero! Tom lo sapeva... Infatti il vecchio non ci stava. Tom lo aveva incontrato scendendo dalla macchina, il giorno in cui era venuto a portare la sua roba.

Il vecchio usciva da una stalla, aveva un paio di stivali sporchi ed un buffo cappello, con una strana penna su un lato. Tom aveva sentito subito l’odore inconfondibile del letame, era l’odore di suo padre. Suo padre! Uno degli ultimi laggiù a tenere ancora vacche nella stalla, ma presto sarebbe scomparso, come tutto quel mondo che lui odiava, i bianchi, i neri, l’apartheid. Ed ora quel vecchio italiano, che puzzava di letame, non aveva potuto fare a meno di storcere il naso quando gli aveva stretto la mano... Il suo odore di nero!

Il vecchio aveva mormorato una bestemmia , era stato più forte di lui, sua figlia lo aveva avvertito, l’odore di pelle di nero era inconfondibile, ma i dollari non puzzavano e loro avevano bisogno di soldi. Eppure quel nero gli era simpatico, lui se ne fregava della razza, aveva visto cose ben più terribili nel gelo della Russia; lo sentiva dentro, forse erano gli occhi del nero, erano sinceri, forse erano i calli sulle mani nere, erano eguali ai suoi, parlavano la voce dei campi.


Era scesa la sera, un sole d’oro tramontava oltre i boschi del Cansiglio. Il vecchio riposava fuori della stalla, guardava Tom, il volto nero ormai confuso con le ombre della sera. Tom appoggiato allo stipite della porta della sua camera, fumava una sigaretta; il disco rosso del sole scomparve oltre la linea dei monti. La nostalgia gli serrò la gola, si ricordò della piccola fisarmonica, frugò fra la sua roba, la trovò, la portò alla bocca, trasse un respiro profondo e le note struggenti dei canti neri di suo padre, di suo nonno, appena accennate, salirono leggere oltre il fumo della sigaretta, si avvolsero nell’aria fresca del cortile, giunsero al vecchio.


Tom scorse il vecchio alzarsi, sparire per un attimo nella stalla, ritornare con un fodero consunto dall’uso. I tasti bianchi di una fisarmonica luccicarono nell’ombra, le dita del vecchio scorsero agili e lievi, sulla tastiera, descrissero serene le note di una Villotta friulana Insieme le note salirono verso l’alto, non nere non bianche, ma del colore del cielo.


Gianfranco Scilipoti

martedì 1 giugno 2010

Tom e il vecchio

Tom si guardava le mani, erano mani belle, agili e nervose, ma il lavoro nei campi della Luisiana vi aveva già impresso linee dure e nette. Si ricordava il suo arrivo a Napoli, gli scugnizzi, il frastuono, il vino bevuto in una trattoria e poi l’andare a letto con una donna, una donna qualsiasi. Aveva poi conosciuto Lisa, una ragazza friulana: quelle sue mani, nere come il carbone, sapevano scuotere sin nel profondo delle viscere la giovane donna. Tom di quella ragazza diciottenne si era innamorato a prima vista, da quando l’aveva incontrata nella camera d’affitto, vicino alla Base Aerea.

Troppo vicina, pensò Tom. Accese una sigaretta: la divisa blu di sergente dell’Air Force giaceva a sghimbescio sulla sedia. Le sue mani nere,il suo corpo nero piacevano a Lisa, avevano il profumo selvatico del bosco, gli aveva mormorato un giorno nell’orecchio. Il suo odore di nero! Tom lo sapeva... Infatti il vecchio non ci stava. Tom lo aveva incontrato scendendo dalla macchina, il giorno in cui era venuto a portare la sua roba.

Il vecchio usciva da una stalla, aveva un paio di stivali sporchi ed un buffo cappello, con una strana penna su un lato. Tom aveva sentito subito l’odore inconfondibile del letame, era l’odore di suo padre. Suo padre! Uno degli ultimi laggiù a tenere ancora vacche nella stalla, ma presto sarebbe scomparso, come tutto quel mondo che lui odiava, i bianchi, i neri, l’apartheid. Ed ora quel vecchio italiano, che puzzava di letame, non aveva potuto fare a meno di storcere il naso quando gli aveva stretto la mano... Il suo odore di nero!

Il vecchio aveva mormorato una bestemmia , era stato più forte di lui, sua figlia lo aveva avvertito, l’odore di pelle di nero era inconfondibile, ma i dollari non puzzavano e loro avevano bisogno di soldi. Eppure quel nero gli era simpatico, lui se ne fregava della razza, aveva visto cose ben più terribili nel gelo della Russia; lo sentiva dentro, forse erano gli occhi del nero, erano sinceri, forse erano i calli sulle mani nere, erano eguali ai suoi, parlavano la voce dei campi. 


Era scesa la sera, un sole d’oro tramontava oltre i boschi del Cansiglio. Il vecchio riposava fuori della stalla, guardava Tom, il volto nero ormai confuso con le ombre della sera. Tom appoggiato allo stipite della porta della sua camera, fumava una sigaretta; il disco rosso del sole scomparve oltre la linea dei monti. La nostalgia gli serrò la gola, si ricordò della piccola fisarmonica, frugò fra la sua roba, la trovò, la portò alla bocca, trasse un respiro profondo e le note struggenti dei canti neri di suo padre, di suo nonno, appena accennate, salirono leggere oltre il fumo della sigaretta, si avvolsero nell’aria fresca del cortile, giunsero al vecchio.

Tom scorse il vecchio alzarsi, sparire per un attimo nella stalla, ritornare con un fodero consunto dall’uso. I tasti bianchi di una fisarmonica luccicarono nell’ombra, le dita del vecchio scorsero agili e lievi, sulla tastiera, descrissero serene le note di una Villotta friulana Insieme le note salirono verso l’alto, non nere non bianche, ma del colore del cielo.


Gianfranco Scilipoti

Il centurione Giulio

Correva l’anno 61 D.C. e nelle campagne intorno a Roma erano i giorni in cui il vento di scirocco portava il primo tiepido sole e sbocciavano la malva ed il tarassaco. Il centurione Giulio si sedette su una pietra nera di lava e si tolse l’elmo. Fatto di ruvido cuoio con borchie in bronzo, portava come segno della sua autorità, una piccola lupa sulla fibbia d’argento che stringeva due lacci pure in cuoio . Aveva dato un ordine secco ed i suoi uomini si erano disposti ad un breve riposo – era l’ora in cui il sole era più alto nel cielo – tenendo d’occhio i prigionieri.. Ormai così vicini alla meta sarebbe stato il colmo che qualcuno gli sfuggisse proprio ora.
Erano partiti da Cesarea sei mesi prima, ma appena lasciate le coste sicure di Creta, la loro nave era incappata in una tremenda tempesta e solo grazie alla Dea Fortuna erano riusciti ad approdare sulle spiagge di un’isola chiamata Malta. Accanto a lui un prigioniero attendeva in piedi un suo cenno per sedersi.
Ma quell’uomo in piedi non mostrava alcun segno di sottomissione : il volto magro aveva i lineamenti del Giudeo, ma gli occhi vibravano di una luce intensa e tutta la sua persona emanava una autorità, che il centurione Giulio suo malgrado aveva finito per riconoscere. Quell’uomo sembrava conoscere tutto : durante la tempesta si era mostrato coraggioso ed aveva incitato i marinai. Aveva guarito ferite mortali, conosceva il greco ed il latino.
Si era dichiarato « cittadino romano » ad un processo in Cesarea si era appellato a Cesare. Ma quell’uomo aveva un ben più straordinario potere, quello di piegare il cuore degli uomini. Giulio si chinò, con una ciotola raccolse un po’d’acqua fresca e la porse al prigioniero. Erano in una piccola radura, erano scesi verso un fosso, lasciando l’Ardeatina quando ormai si vedevano lontane le colonne del Forum Julii. Da Pozzuoli avevano seguito la via Appia, ma vicino a Roma erano troppi i carri dei patrizi che la intasavano. Lui conosceva quella sorgente vicina alla villa di un ricco patrizio, Nerva, che possedeva anche degli ampi ed ariosi granai e vi sostava volentieri prima di entrare in Roma Fece cenno al prigioniero di sedersi accanto a lui, i suoi soldati e gli altri prigionieri erano sparsi all’ombra degli eucalipti tra i giunchi e mangiavano il loro pasto frugale di formaggio caprino e olive. Giulio chiese a Paolo :
« Ma questo tuo Signore e Dio, che era un uomo ed è morto su una croce, come si chiamava…Gesù il Nazareno, parlami ancora di lui. Mi hai detto che era potente, compiva cose impossibili, calmava le acque del mare e, tu dici, è salito in cielo. Non capisco, a volte mi sembri un po’ pazzo… »
Paolo lo guardò e nei suoi occhi brillava la Luce : prese un pezzo di pane dalla sua bisaccia, lo spezzò e ne porse al Centurione Giulio.
« Capirai , Giulio, capirai … ». Sette anni dopo la testa di Paolo cadeva alle Tre Fontane.
Duemila anni dopo le ruspe che scavavano le fondamenta dei palazzi di Roma 70 un giorno scopersero un mosaico di una antica villa pressappoco dove oggi ci sono le vie Ascari, e Consolini ,con la scritta - et dux julius- ed un pezzo di pane spezzato in due parti. La stessa notte il mosaico scompariva per mano di ignoti. Un tratto della Ardeatina resiste nel cortile della Annunziatella, mentre il viottolo che scendeva dietro la nostra chiesetta, percorso duemila anni prima dal Centurione Giulio e da Paolo di Tarso è scomparso come anche la sorgente, inghiottiti dalle ruspe e dal cemento.

Ma se tu vai nelle ore quiete di un pomeriggio d’estate, nella penombra della vecchia chiesa della Nunziatella, vedrai una luce brillare sull’altare. E’ la stessa luce, la Luce dello Spirito che un giorno lontano Paolo accese nel cuore del Centurione Giulio.
Scritto a Geel, in Belgio il 19 Marzo del ‘97.


Gianfranco Scilipoti

venerdì 1 gennaio 2010

La mia voce

La mia voce di Gianfranco Scilipoti
Oggi il mare oltre gli Alberoni è squassato da un vento impetuoso, è vento di Libeccio, assai inusuale da queste parti: il rumore della risacca, ritmico e prepotente insieme, mi giunge attutito da alte dune di sabbia. Sembrerebbe che questa breve introduzione si attagli di più ad una spiaggia tropicale che non alla Serenissima Venezia.
Cammino tranquillo su un tappeto verde smagliante: penso per quale strano destino io sia giunto in questo luogo che si presenta così lindo e pulito... Mai avrei pensato che la regale Venezia nascondesse tra le pieghe del suo mantello una gemma preziosa, a pochi conosciuta. Ed è veramente un dono della Provvidenza questo centro di ricerca e di riabilitazione motoria.
Io ci sono approdato dopo una storia di malanni vari, tra cui una nefrectomia ed un Parkinson ormai quasi trentennale, quest’ultimo accompagnato da un accentuato abbassamento della voce.
Qui arrivano da tutta Italia le persone che hanno subito un ictus oppure un incidente stradale, arrivano qui con la disperazione nel cuore: una persona non può non essere disperata di fronte ai propri cari, immobilizzati su una sedia a rotelle, che non possono nemmeno accennare un batter di ciglia e che per esprimersi muovono con il mento una sfera. Ma giunti qui trovano un gruppo di persone che oltre all’esperienza ci mettono il cuore nel curare gli ammalati. Persone che la mattina si alzano per recarsi ad un appuntamento con un mondo di sofferenza, dove basta un cenno, un sorriso per ridare speranza.
La mia personale esperienza con questo Centro risale ad ormai una dozzina d’anni. Sono un paziente un po’ particolare, se pensate che da più di trenta anni soffro di Parkinson, una malattia infida, ma non più di tante altre. Una malattia degenerativa, che provoca dei disturbi anche molto gravi e può portare all’immobilità assoluta.
Quasi dieci anni fa fui operato in Francia a Grenoble dall’equipe Pollak—Benhabid. Con una operazione durata più di dodici ore, mi restituirono alla vita, poiché recuperai quasi tutte le mie facoltà, facendo di me un uomo nuovo. Ma non riuscirono a recuperare la voce: dovetti dedicarmi allo studio ed alla pratica della logopedia. Parola difficile che deriva dal greco e vuol dire “materia che studia i metodi di apprendimento del linguaggio”.
Ormai da quasi cento anni in questo Centro si è sviluppata un’arte che non è da meno di quella dei Mastri vetrai, delle trine o dei merletti, ormai famosi in tutto il mondo. Quell’arte che ha del magico nel riuscire a far pronunciare a delle labbra che rifiutano di aprirsi una prima timida “a”, quell’arte capace di scavare nel profondo del cervello di un corpo immobile fino a trarne il primo incerto movimento di una mano.
Ho detto magico, ma niente è più lontano dagli istrioneschi ciarlatani di un tempo. Qui tutto è frutto di infinita pazienza, di grande conoscenza del corpo umano che il personale tutto possiede.
Ed infine la tecnologia, che qui è la più moderna; non per niente esiste una Fondazione che lavora per far si che la conoscenza raggiunga livelli sempre più elevati.
A tutto questo riflettevo mentre, lasciata la spiaggia battuta dal vento rientravo nella mia stanza. Tra poco sarei andato ad aiutare gli infermieri a sistemare le sedie a rotelle sull’ampia balaustra.
Mi ricordavo di avere fatto lo stesso a Lourdes e poi ancora in Belgio dove esiste un centro come questo. In questi luoghi, dove il dolore domina sull’ uomo, il canto che sale al Cielo è sempre un Alleluia corale cantato in tutte le lingue, un canto che trasforma il dolore in speranza.
Gianfranco Scilipoti