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giovedì 12 gennaio 2012

Caro Babbo Natale...

La città cambia volto, si prepara per la festa, vestendosi di luci e lustrini di ogni genere, e sfida a colpi di sciabola chi la magia che avvolge l'intero periodo non la sente più.
La vittoria è senz’altro del genitore che in seguito a un incidente ha perso il figlio, del bambino che piange perché “la mamma è volata in cielo”, del ragazzo affetto da una malattia degenerativa, dell’artigiano costretto a “chiudere bottega” per via della crisi, della famiglia che ha perso tutto in una frana o in un terremoto. E come potrebbero non avere la meglio? Cosa importa di un abete addobbato, quando la sofferenza lacera dentro?
Beh, vale però la pena affermare che Natale non è semplicemente un’occasione per far girare l’economia… Aldilà di colossali alberi che seguono la moda del momento, aldilà di panettoni che ti farebbero vendere anche l'anima, aldilà di lenticchie e cotechino, aldilà dei mille "babbi Natale" che all'ingresso dei supermercati ti augurano buone feste intonando l'allegra, conosciuta canzoncina, aldilà dello shopping e dei lucenti pacchetti rossi o dorati che ti stordiscono, aldilà dei film in tv proposti e riproposti,aldilà del coro dell'Antoniano... c'è la Speranza!
C'è la speranza di milioni di bambini che scrivono dei loro desideri a Babbo Natale, di milioni di adulti che auspicano al riscatto altrui e personale. C'è dunque chi spera che il proprio debito venga condonato, chi spera di trovare lavoro, chi spera che la persona amata torni sui suoi passi, chi spera di poter dar vita a un figlio, chi spera di riuscire a passare la spugna su un ricordo doloroso, chi spera in un nuovo rene, chi spera che il futuro possa somigliare al passato, chi spera di non doversi accontentare,chi spera che presto una cura ai “mali terreni” venga trovata.
Io mi accodo a quest’ultimi, rivolgendo tutte le mie speranze nella conquista della Fiducia. “Dio veste l’erba del campo che oggi c’è e domani si getta nel forno”, perciò mi convinco che un grande male davvero affligga la Terra: cos’è che porta l’uomo a credere che Dio non abbia in servo il meglio per lui? È un padre.
Da piccola correvo a lungo intorno al tavolo, seguita da papà, armato di sciroppo e cucchiaio; io, ovviamente, non volevo la medicina… lui, ovviamente, voleva che la prendessi. Era amara e andava giù a fatica. Eppure mi guariva...
Ecco. Supponiamo che Dio voglia guarire l’anima dell’uomo. Magari, per farlo, ha bisogno di propinargli una medicina “amara e difficile da mandar giù”. Se solo l’uomo avesse un po’ di fiducia in Lui, capirebbe che quella che gli sembra un’atroce punizione o la più intollerabile delle ingiustizie, potrebbe in verità essere il dono di un padre che sa quello che fa.
Io non so perché a qualcuno sia concesso di tappare il naso per non sentirne l’odore o perché alcuni possano “cavarsela” con uno buono sciroppo alla fragola. So, però, cosa vorrei trovare sotto l’albero...
Vorrei trovarci la Fiducia. Vorrei riuscire a fidarmi pienamente di mio Padre, vorrei che chi soffre potesse riuscirci. Lo desidero con tutto il cuore.
Perciò, che questo Natale segni la rinascita della Speranza e della Fiducia e non soltanto il ricordo (“inquinato”) della nascita del Verbo fatto carne. Che tutti voi possiate avere fede in un Padre che ci ama, malgrado talvolta la Sua manifestazione d’affetto discosti dai canoni umani.

Buon Natale!

Chiara Ferrante

Il volo del gabbiano

C’è silenzio nella stanza. Tre persone dormono e io spero che la loro mente sia in viaggio verso piacevoli lidi. Magari una fra queste sta scalando ripide montagne, non perdendo la vetta come unica meta possibile, un’altra è tornata a vivere l’estate della sua vita e sono quasi certa che una di esse stia raccontando un brutto sogno alla sua famiglia, non tralasciando gesti e parole inespresse.
Una signora sembra essere in procinto di inveire duramente contro un’acerrima nemica: la sua mano. Ha l’aria stanca, ma ostinata: quell’arto dovrà decidersi a muoversi, prima o poi!
Le sedie, posteggiate accanto i loro letti, raccontano le piccole grandi tragedie che si sono abbattute sulle loro vite, così come il cigolio delle ruote “in corsa” per il corridoio.
Fuori c’è il sole e l’occhio non può che spaziare dalla grande macchia verde all’immenso mare blu, che circonda il parco, restituendomi l’idea di essere su una piccolissima porzione di terra perduta nel mare. I gabbiani si librano alti nel cielo sopra di noi, quasi a volerci dimostrare di non essere schiavi della gravità e di quell’isola…
Io non ho le ali. Nessuno le ha qui. Qui bisogna fare i conti con un corpo che magari hai amato fino al giorno in cui ti ha reso schiavo, o che hai disprezzato e che oggi vorresti ti fosse restituito per farne il tempio della tua anima. Qui si scopre la fatica. Quella vera.
Un uomo di circa quarant’anni continua ad affrontare il lungo corridoio del reparto, ben saldo al passamano e trascinando una gamba che ha perso la vecchia armonia con la compagna di traiettoria. Un ictus gli ha provocato un’emiparesi laterale, non gli rimane che impegnarsi fin quando il suo corpo deciderà di obbedire al suo volere, fin quando potrà tornare a prendersi cura dei suoi figli.
Un ragazzo di circa vent’anni , affetto chissà da quale tremenda malattia, mi saluta con voce meccanica, prima di urtare un cestino della spazzatura. Non lo ha visto. Non sono certa che veda me. Però mi sorride e il suo sorriso non nasconde nessuna forzatura, nessuna falsità.
Un simpaticissimo maestro in pensione si ferma di tanto in tanto per scambiare due chiacchiere. Per me sta diventando quasi un nonno, lui mi incontra sempre per la prima volta. Ha subito un delicatissimo intervento al cervello, perché un aneurisma rischiava di esplodere da un momento all’altro, non lasciandogli nessuna speranza. Fu dato per morto, oggi è qui che conversa con piacere e coinvolgimento. Magari non lo ricorderà tra cinque minuti, ma poco importa perché della moglie (sempre al suo fianco) e delle figlie si ricorda eccome.
Ma è un ragazzo “di un’età indefinita” che mi ha indirizzata verso orizzonti del tutto nuovi e paesaggi inesplorati. Il suo corpo riporta e racconta i segni di una vita dura, di una malattia che non guarda età: la sclerosi multipla. La malattia gli ha portato via “gli anni d’oro” e non solo. Ma lui è qui e non è sconfitto da una sedie a rotelle: lui vive il suo presente, che è riuscito a non contaminare della negatività del passato. Non ha vinto la malattia su di lui. A dirla così, sembra una fesseria, ma giuro: le sue parole, i suoi modi di fare e il suo vivere mi hanno cambiato la vita.
Osservo meglio i gabbiani e comprendo che anche loro sono costretti a scendere sulla terra e a fermare il loro volo: devono nutrirsi. Fatto ciò possono ripartire, raggiungere le nuvole e scomparire nel sole.
Adesso, mentre sono qui a battere sui tasti della tastiera le dita, penso che c’è chi non può farlo. Penso che c’è tanta gente che non può parlare, sentire, camminare, ricordare. C’è gente che si chiede perché una vita gli è stata donata, o che ingloba rabbia e amarezza per il destino riservatogli. C’è anche della gente, però, Maestra di Vita, gabbiano fra cielo e terra. Ed è a loro che io voglio dedicare queste righe, per esprimere un GRAZIE che non si perderà nel tempo e allo scontrarsi con le difficoltà del cammino della vita.

Chiara Ferrante